Il racconto dei racconti – Tale of tales

il racconto dei raccontiIl termine “realismo magico” viene utilizzato sia nel campo delle arti visive sia nelle opere letterarie per indicare l’uso degli elementi magici in un contesto realistico. Osservando l’ultimo film di Matteo Garrone viene in mente questo termine, quasi come se fosse un collante tra l’opera letteraria da cui ha preso spunto il regista e la sua trasposizione sullo schermo. Infatti sia nelle parole scritte da Basile sia nella scene del film la componente magica è importantissima ed ha una duplice funzione: estetica ovviamente ma anche narrativa/tematica. Nella prima si vede tutto il talento di Matteo Garrone: ogni inquadratura è pensata e cesellata in ogni minimo dettaglio, e nel complesso tutto il film risulta orchestrato senza la minima sbavatura donando agli occhi dello spettatore uno spettacolo visionario ed emozionante. E questa magia Garrone la crea non solo con gli ottimi effetti speciali sparsi nel film ma anche nella sapiente disposizione degli elementi figurativi e plastici, come un pittore. Una scena su tutte: quando la regina mangia il cuore del drago marino in una sala bianchissima in un gioco di contrasti tra il rosso e il nero del vestito e il bianco del palazzo. Ma oltre ad ammaliare Il racconto dei racconti è un percorso narrativo tra i diversi racconti scelti dal regista; si potrebbe azzardare a dire che il film sia un’opera unitaria in quanto è vero segue diverse vicende che non si incroceranno mai (salvo un ricongiungimento nel finale dei protagonisti) ma narra alla fin fine di un ipotetico mondo non lontano dal nostro che il regista riesce a osservare e narrare in un perfetto gioco ad incastro. Tirando le somme Il racconto dei racconti è un film ambizioso, visionario ed emozionante non solo nella sua componente visiva ma anche nella trattazione di tematiche ancor oggi attuali: l’ossessione di diventar madri, la mania della bellezza, la voglia di libertà, il rapporto genitori e figli ecc. Un film che convince e vince una sfida molto difficile, cioè quella di allestire uno spettacolo riuscito da un’opera di cultura senza essere pesante o noioso.

Mia madre

mia-madreDopo quattro di anni di assenza Nanni Moretti torna a girare un film e lo fa allestendo un’opera in cui il tema portante è il disagio dell’animo umano in relazione ad un lutto ormai imminente. Ma è anche un film che aldilà della morte affronta temi cari al regista come la crisi esistenziale, l’inadeguatezza di fronte alla vita, il senso di inappartenenza ad un mondo che non capiamo; tutti temi già affrontati nei suoi precedenti film ma che qui hanno un sapore diverso in quanto vengono affrontati di petto dai protagonisti senza che il Nanni regista/attore debba intervenire in ogni scena a fare il suo solito sketch, quasi come se Moretti ogni volta debba mettere in mostra sè stesso per una dichiarazione d’intenti superflua. Mia madre funziona proprio per questo, lo scarto laterale che fa il regista lascia spazio alle vicende dei protagonisti che danno libero sfogo al loro malessere senza l’intervento esterno di una regia che soffocherebbe quello che il messaggio del film dovrebbe comunicare. Comunicazione, una parola che indirettamente viene a rappresentare un po’ tutto il film e diventa il leitmotiv alla base di molte scene; se infatti il lutto è il tema principale e iniziale del film l’incapacità a comunicare diventa via via sempre più importante. Non è un caso che la protagonista Margherita (interpretata sempre dalla brava e nevrotica Margherita Buy) sia una regista assilata dai dubbi per la realizzazione del film, incapace a dire a cosa davvero serva fare cinema. Ma l’incomunicabilità affiora anche in altre scene e in altre situazione: la figlia che non riesce in latino, l’attore Barry (fantastico John Turturro) che fatica a dire quattro battute in italiano, Margherita che non sa come affrontare la separazione dal proprio compagno e via dicendo. Mia madre è un film che tratta tutto questo senza mai appesantire o comunque non esagera mai, sta nei limiti riuscendo anche a riderci su (in fin dei conti sebbene un po’ dimesso Moretti è presente e si percepisce) ma con grazia e leggerezza tratta temi delicati.

Kingsman – Secret Service

kingsmanAl suo quinto film da regista Matthew Vaughn porta avanti il discorso intrapreso con Kick-Ass nel quale veniva destrutturata la figura dell’eroe tutto d’un pezzo trasformandolo in una persona normale e persino, se vogliamo, peggiore delle persone comuni. Qui la figura da smontare e riscrivere secondo i dettami moderni è per eccellenza un personaggio amatissimo dal cinema e cioè quello della spia (ovviamente inglese). Sostanzialmente l’atmosfera del film la si conosce già: viene preso un personaggio di riferimento (qui James Bond), si cancellano le sue caratteristiche principali e si riscrivono secondo quelli che sono i canoni moderni (un personaggio molto più dinamico che agisce in situazioni improbabili più che impossibili ma soprattutto un personaggio più divertente e molto meno serio) sebbene rimanga un certo rispetto per l’antico archetipo della spia tutta seria e professionale, qui incarnato nel ruolo di Colin Firth perfetto gentiluomo ed eccellente mentore per il protagonista principale. Ma rispetto a Kick – Ass dove veniva completamente cancellata l’idea classica dell’eroe, in Kingsman – Secret Service si denota un sapore parodistico più che un tentativo di riscrivere una figura classica del cinema. E questo conferisce al film un tono molto divertente senza però rendere la figura della spia una macchietta demenziale. Ma la regia ferma, sicura e spettacolare di Vaughn imprime al film un certo equilibrio che non avrebbe data la sceneggiatura fin troppo eccessiva (specialmente nel finale) riuscendo a creare un film divertente e spettacolare e a nascondere gli eccessi che avrebbero appesantito una storia che non si prende certamente troppo sul serio.

Oscar 2015: le previsioni

The 85th Academy Awards® will air live on Oscar® Sunday, February 24, 2013.Il 22 febbraio al Dolby Theatre di Los Angelese si terrà l’87ª edizione della cerimonia degli Oscar. L’annuncio delle candidature ha suscitato qualche sorpresa e in alcuni casi ha fatto gridare allo scandalo. Ma si sa, l’Academy Awards non va mai di pari passo con il gusto del pubblico. Vediamo più da vicino le categorie principali: per ognuno di esse indicherò le mie preferenze e chi vincerà a mio giudizio.

Miglior film

Uno scontro a tre: Birdman, Boyhood e Grand Budapest Hotel. American Sniper è in questa categoria grazie al patriottismo imperituro dell’America che tanto piace all’Academy e potrebbe essere la sopresa. Più staccato The Imitation Game che non ha la stessa forza espressiva de Il discorso del re, film vincitore nel 2010. Selma e The Theory of Everything fanno da riempitivo. Il bellissimo Whiplash è l’opera prima di Damien Chazelle e quindi non vincerà mai. E non c’è Gone Girl…

Chi vorrei vincesse: Whiplash

Chi vincerà: Boyhood

Miglior regia

Categoria che vede tutti i pronostici guardare a Richard Linklater autore di Boyhood. Una sopresa potrebbe venire da Wes Anderson che con il suo hotel ha affascinato critica e pubblico ma per Linklater è praticamente impossibile perdere.

Chi vorrei vincesse: Richard Linklater; sebbene il suo Boyhood non mi abbia fatto impazzire se lo merita. Ideare e realizzare letteralmente un viaggio temporale è qualcosa di pazzesco.

Chi vincerà: Richard Linklater.

Miglior attore protagonista

Sfida a due tra il redivivo Michael Keaton e l’ottimo Eddie Redmayne trasformato per dare voce e corpo al matematico Stephen Hawking nel film The Theory of Everything. Attenzione anche a Steve Carrell anche lui irriconoscibile nell’aspetto nel drammatico Foxcatcher. Più staccato il grande Benedict Cumberbatch. Inspiegabile la candidatura a Bradley Cooper che ha tolto un posto a Jake Gyllenhaal strepitoso nell’ottimo Nightcrawler.

Chi vorrei vincesse: Michael Keaton.

Chi vincerà: Michael Keaton.

Miglior attrice protagonista

Un nome su tutte: Julianne Moore che sicuramente conquisterà l’ambita statuetta a coronamento di una grande carriera. Ci sono anche le già vincitrici Marion Cotillard e Reese Whiterspoon. Meritatissima la candidatura a Rosamund Pike, che sia finalmente la svolta nella sua carriera? Felicity Jones è una candidatura buttata a caso.

Chi vorrei vincesse: Julianne Moore.

Chi vincerà: Julianne Moore.

Miglior attore non protagonista

Difficile categoria anche perchè potrebbe esserci una sopresa al fotofinish. Il grande duello è tra Ethan Hawke e J.K. Simmons, Mark Ruffalo e soprattutto Edward Norton potrebbero fare lo sgambetto. Più staccato dai giochi sembra Robert Duvall.

Chi vorrei vincesse: J.K. Simmons; straordinario nell’interpretare un maestro di musica severissimo.

Chi vincerà: Ethan Hawke.

Miglior attrice non protagonista

Patricia Arquette su tutte; Laura Dern è un’incognita, Keira Knightley non è assolutamente da Oscar. La brava Emma Stone è ancor troppo giovane. Ah, dimenticavo: 19esima candidatura per Meryl Streep, così giusto per ricordarlo.

Chi vorrei vincesse: tolta Meryl Streep che dovrebbe vincere sempre, direi Emma Stone.

Chi vincerà: Patricia Arquette.

Miglior film d’animazione

Qui si è consumato il vero scandalo: non candidare The Lego Movie è follia pura. Il film di Phil Lord e Chris Miller è un connubio tra poesia creativa e divertimento con un messaggio non banale rivolto specialmente agli adulti. Invece abbiamo il noiosissimo Boxtrolls, il solito film Disney che ci propina il solito messaggio melenso e il deludente sequel di Dragon Trainer. Concludono la categoria Song of the Sea e La storia della principessa splendente, due film che non ho visto ma che son piaciuti a molti.

Chi vorrei vincesse: uno tra Song of the Sea e La storia della principessa splendente.

Chi vincerà: Big Hero 6.

American Sniper

american-sniper-posterAmerican Sniper è un film che dovrebbe raccontare la storia di Chris Kyle, il cecchino più letale della storia dei Navy SEAL. Dovrebbe raccontare la storia di un uomo diviso da un senso del dovere al limite del sciovinismo e dalle difficoltà di essere un padre presente in famiglia. Dovrebbe raccontare lo stress post-traumatico di Chris e di chi come lui soffre il rientro dalla missione. Dovrebbe raccontare la risalita di un uomo capace di ritornare ad una vita normale. Dovrebbe raccontare come Chris abbia aiutato altri ex-soldati che come lui non riuscivano a staccarsi dalla vita del soldato. Dovrebbe raccontare del suo assassinio e del suo rapporto che c’era con chi lo ha ucciso. Ma tutto questo American Sniper lo fa in modo superficiale, sbattendo tutti i momenti salienti di Chris Kyle senza preoccuparsi di andare oltre i fatti. Le scene scorrono come se chi guardasse il film stesse leggendo un riassunto cronologico. Non c’è psicologia dietro i personaggi ma solo un semplicistico ordine fattuale che ha come obiettivo quello di spettacolarizzare un personaggio (e ancor prima una persona) che in realtà è molto più complesso di come viene mostrato. E questo nodo irrisolto getta in confusione la visione del film che non riesce a trovare un punto di equilibrio tra le scene d’azione e la drammaticità dei protagonisti che viene relegata in secondo piano o tutt’al più messa in scena banalizzando quello che avrebbe dovuto essere il punto di forza. Ne esce un film superficiale e senza emozioni che sicuramente condanna la guerra ma che cede alla tentazione di fare della storia di Chris Kyle l’ennesimo spot patriottico in cui la violenza e l’uso delle armi vengono dati per scontati secondo l’ottica della “difesa del proprio Paese” e di un “senso del dovere rivolto al popolo”. Non stupisce l’enorme successo che il film di Eastwood sta riscontrando al botteghino e dalla critica statunitense. Ma la candidatura a ben 6 premi Oscar è un clamoroso abbaglio. Quando la Nazione chiama, evidentemente, (quasi) tutti rispondono presente zittendo lo spirito critico dentro alle loro teste.

La classifica dell’anno – duemilaquattordici

2015La Top 20 dei film usciti nelle sale italiane durante l’anno solare:

  1. The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese
  2. Gone Girl – L’amore bugiardo di David Fincher
  3. The Lego Movie di Phil Lord e Chris Miller
  4. Nightcrawler – Lo sciacallo di Dan Gilroy
  5. Interstellar di Christopher Nolan
  6. Her di Spike Jonze
  7. Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie di Matt Reeves
  8. 22 Jump Street di Phil Lord e Chris Miller
  9. Snowpiercer di Bong Joon-ho
  10. Edge of Tomorrow di Doug Liman
  11. Godzilla di Gareth Edwards
  12. St. Vincent di Theodore Melfi
  13. Guardiani della Galassia di James Gunn
  14. Frank di Lenny Abrahamson
  15. Grand Budapest Hotel di Wes Anderson
  16. Due giorni, una notte di Jean-Pierre e Luc Dardenne
  17. Diplomacy di Volker Schlöndorff
  18. Mud di Jeff Nichols
  19. Il capitale umano di Paolo Virzì
  20. X-Men – Giorni di un futuro passato di Bryan Singer

Il film più inutile e brutto dell’anno:

Sin City – Una donna per cui uccidere di Frank Miller e Robert Rodriguez

Buon 2015!

 

Gone Girl – L’amore bugiardo

gone girlNon c’è bisogno di ripeterlo: David Fincher è sicuramente uno dei registi più importanti e più interessanti. Eppure ogni volta che si guarda un suo film si rimane incantati e stupiti da come riesca a sorprendere e regalare allo spettatore due ore e più di crescente e vivo interesse. E ciò lo fa semplicemente giocando (e divertendosi) con i generi cinematografici, plasmandoli a suo modo per creare opere non convenzionali pur partendo da un certo grado di familiarità. Esempio lampante è Gone Girl – L’amore bugiardo tratto dall’omonimo romanzo di Gillian Flynn che parte come un tipico thriller in cui ci sono tutti gli elementi del caso salvo poi virare bruscamente nella seconda metà del film verso atmosfere più psicologiche e menzognere; con un ritmo cadenzato via via sempre più crescente lo spettatore segue la vicenda ribaltando costantamente la percezione di quello che sta vedendo, d’altronde verità e menzogna sono facilmente confondibili. Gone Girl è un film che bluffa con lo spettatore ma non l’inganna mai in quanto offre pezzo dopo pezzo frammenti di un puzzle intricato che fa capire a chi vede il film che la verità, con la v maiuscola, non è mai sotto il naso e che quindi va cercata in profondità, talvolta molto oscure.

Nightcrawler – Lo sciacallo

lo sciacalloC’è un nuovo tipo di mostro che si aggira per le strade notturne di Los Angeles, un mostro che si nutre di immagini di sangue fiutando in esse un ottima fonte di guadagno. Con la sua telecamera segue la scia rossa che la città degli angeli lascia dietro di sè ogni notte in modo da rivendere ai network televisivi le riprese di incidenti o di omicidi. Il mostro in questione non è parte del dolore causato ma è più un essere privo di morale che non si fa nessuno scrupolo a perseguire la scalata al successo. Seguendo l’esordio di Dan Gilroy come regista si ha come l’impressione che dietro a tutto questo ci sia qualcosa di più come se il film da un momento all’altro si potesse trasformare in altro; in un film di denuncia o film a tesi ad esempio. Proprio per questo Nightcrawler – Lo sciacallo funziona in quanto non ha la presunzione di diventare qualcosa che non è; il grande merito di Gilroy è quello di saper equilibrare le forze in campo del suo film, riuscendo a non far prendere alla narrazione delle derive imbarazzanti o inutili nè tantomeno di dipingere il protagonista/mostro come una macchietta o come l’ennesimo antieroe che va tanto di moda. Già, lo sciacallo, interpretato da un sorprendente Jake Gyllenhall, è il vero motore del film capace di catturare l’attenzione dello spettatore in ogni scena, in ogni inquadratura per le sue caratteristiche anormali che fanno di lui un pericolo potenziale in ogni momento. La regia segue la voracità crescente dello sciacallo in una Los Angeles brillante e piena di luci contrariamente alla drammaticità che traspare dal film (immagini sapientemente illuminate dal direttore della fotografia Robert Elswit) quasi a voler sottolineare la continua ingerenza in ogni momento del film della televisione del dolore e di quel mondo che deve essere colorato e patinato persino nei servizi di cronaca nera. Un mondo dominato dallo sciacallo che con quel suo sguardo allucinato, con la sua lingua tagliente e quel taglio di capelli è pronto a conquistare la città dei sogni o forse degli incubi. Jake Gyllenhall da Oscar.

Boyhood

boyhoodDiciamolo chiaramente: Boyhood è uno di quei rari film che possono presentarsi con il claim “film dell’anno” senza risultare presuntuoso o falso. E non perchè il film in questione sia un capolavoro o perchè il sottoscritto ritenga che il suo gusto personale debba in qualche modo inficiare l’obiettività di quello che si sta recensendo (ma questo è un altro discorso molto più ampio e ostico), niente di tutto questo ma per un semplice motivo che si coglie facilmente guardando il film: Boyhood è un’opera diversa rispetto alle altre che vediamo comunemente sullo schermo, e lo è nel modo in cui viene realizzata. Non si può risultare indifferenti alla “follia” registica nel seguire la crescita di un ragazzino per 12 anni girando ogni anno alcune scene con lo stesso cast e la stessa troupe. Boyhood fa del tempo quindi la sua maggior peculiarità, un percorso lungo che però non si presenta come riflessione fine a sè stessa. La regia di Richard Linklater è più attenta al cambiamento e alla trasformazione dei suoi personaggi che a fare del suo film un’apologia retorica e banale del “tutto scorre”. Linklater sta due metri lontano dai protagonisti lasciandoli interagire e vivere senza stargli addosso come in un normale film fiction, parlano i corpi che subiscono il trascorrere del tempo.

Per chi scrive Boyhood non è un capolavoro, la mancanza di contenuti e per collegamento la scarsità di emozioni si sentono e in alcuni punti appesantiscono il film. Nonostante questo il film di Linklater è la prova che se si vuole si può ancora trovare nuovi modi di realizzare opere originali e diverse. Chi sa osare vince sempre e comunque. Un cinema oltre il cinema.

Guardiani della Galassia

guardiani-della-galassiaCi sono un ladro maldestro, un aliena tagliagole verde, un albero umanoide, un altro alieno con la passione per il buon favellare e un procione geneticamente modificato. Sembrerebbe l’inizio di una barzelletta ma in realtà sono i nuovi eroi della Marvel che invadono i nostri schermi certi che conquisteranno i botteghini di tutto il mondo. Basta la semplice descrizione dei personaggi per capire che c’è qualcosa di diverso in questo blockbuster. Non si parla certamente di un nuovo e sconvolgente modo di trattare il tema dell’eroismo (come nella trilogia nolaniana di Batman e in Watchmen); anzi, la trama sostanzialmente non è niente di originale nè si discosta dai grandi classici, si basa sulla ricerca di un oggetto talmente potente da sconvolgere l’intera galassia. Se non la storia i personaggi quindi: ed è proprio qui che Guardiani della Galassia crea quel quid in più rispetto agli altri comic movies perchè a ben vedere i protagonisti di questo film non appaiono mai per quel che sono, ovvero non si caratterizzano come buoni a tutto tondo rispondendo ad un loro codice etico-comportamentale. I guardiani si caratterizzano per le loro sfumature che spesso collidono tra loro dando maggior risalto alla componente del divertimento e della risata. Perchè in fin dei conti Guardiani della Galassia è semplicemente questo: un film fatto come si deve, divertente e onesto che non pretende di spacciarsi per quello che non è. Una banda di pazzi scalmanati che riesce nell’intento di regalare intrattenimento per due ore buone. E allora possiamo dire che tutti noi da oggi siamo un po’ Groot.