Chronicle

Il found footage è sicuramente una delle metodologie più interessanti dell’ambito cinematografico. Con esso si intende descrivere un film che ha al suo interno parziali o interi metraggi preesistenti che solo in seguito sono stati riassemblati per dare compattezza al film. Si pensi ad esempio a film come The Blair Witch Project o al più recente Cloverfield dove le vicende del protagonista vengono riprese con una comune videocamera. Questo metodo permette al regista di intensificare le emozioni nello spettatore (specialmente nei film horror) eliminando quella sensazione di distacco tra gli attori e il pubblico che guarda il film. Un nuovo modo di fare cinema che sta avendo successo ad Hollywood e tra gli autori esordienti.

Chronicle pone un altro paletto nella vita di questa tecnica portando oltre il discorso di ripresa cinematografica ed empatia con il pubblico. La scelta registica si basa sul punto di vista di ciascuno di noi perchè l’idea portante di questo film è che tutte le persone di questo mondo dotate di cellulari o dispositivi tecnologici audiovisivi possono diventare per un fotogramma o addirittura una scena intera dei registi a modo loro. Il sito Youtube è solo un esempio di come la volontà delle persone di “esprimersi” nei panni di un regista, anche solo per un minuto o due, sia molto forte. Il regista Josh Trank riprende questa idea e la sviluppa ponendo il suo punto di vista nelle varie telecamere che sono presenti nel film, che sia quella del protagonista o quella di una ragazza o ancora nella scena finale quelle di tutte le persone che sono coinvolte nello scontro finale dei due ragazzi. Un film che non si preoccupa di darsi un’ etichetta nè di far sembrare il tutto un falso documentario, ciò che è importante è che la prospettiva delle varie scene possa trovare un senso anche nella videocamera amatoriale o in telecamera di videosorveglianza.

Poi si potrebbe parlare del disagio giovanile e di come questi venga sviluppato, con la responsabilità dei poteri che i tre protagonisti acquisiscono, con la rabbia che trova sfogo nella distruzione e con la ricerca di un’identità difficile da trovare in un’età come l’adolescenza; o ancora le similitudini e le differenze che possono essere trovate con la serie televisiva Misfits. In realtà tutto questo passa in secondo piano, perchè quello che focalizza l’attenzione è appunto la scelta registica; una scelta coraggiosa ma che trova un’ottima riuscita nella sua completezza e nel gusto per la sorpresa. Un (nuovo) modo di fare cinema che diverte e stupisce.

Miracolo a Le Havre

Nel guardare l’ultimo film del regista finlandese si è quasi tratti in inganno dal tempo in cui si svolge la storia. Perchè (quasi) tutto fa pensare ad una trama di neorealistica memoria: il ruolo dei disagiati, la povertà, gli emarginati, i dolori, le scenografie spoglie, le case vuote e prive di ogni comodità e soprattutto le facce e gli sguardi di gente disperata che chiede aiuto sperando ancora in un futuro migliore per sè e la famiglia. In effetti Aki Kaurismäki strizza l’occhio alla nostra epoca d’oro riempendo di rimandi e citazioni il suo film, non a caso il protagonista cerca di sopravvivere con il mestiere del lustrascarpe. Tutta la storia però non è ambientata in un’epoca lontana e storica; la regia non tenta solo di omaggiare un movimento cinematografico ma vuole sottolineare che anche al giorno d’oggi il neorealismo non è del tutto morto e sepolto. Le facce cambiano, il colore della pelle anche , gli immigrati provengono da zone del mondo diverse ma la sofferenza e la ricerca della felicità non sono mutati più di tanto, anzi; facendo paragoni con il passato i problemi non sono stati risolti, sono entrati in scena attori diversi niente di più. Ecco allora che Miracolo a Le Havre con la sua dolcezza e semplicità riesce a dare la giusta attenzione ai clandestini, agli invisibili della società, intrecciando rapporti umani fatti di aiuto reciproco, gentilezza e generosità. Tutto ciò non rivolto al passato ma al presente; siamo nel XXI secolo ma il neorealismo sembra ancora (ri)vivere.

Super

Super è uno dei migliori film anti-fummetistici. Frank D’Arbo è un uomo normale che vive una vita semplice con la sua bella moglie, lavora come cuoco in una tavola calda e vive dei suoi pochi bei ricordi. A seguito però dell’abbandono da parte della sua moglie Frank diventa Saetta Purpurea, un uomo mascherato che combatte il crimine (o almeno ci prova) a colpi di chiave inglese. Il film è divertente proprio per la figura di un semplice uomo medio che per riscattare una vita fatta di delusioni tenta di crearsi una nuova identità. Proviamo un senso di identificazione maggiore con Frank perchè vive una vita quotidiana molto semplice e simile alla nostra piuttosto che nei supereroi marveliani che sebbene siano profondi psicologicamente come umanità appartengono ad un altro mondo o dimensione. La Saetta Purpurea invece è tra noi, vigila e combatte il male; fracassando con la sua chiave inglese non solo le teste dei criminali (anche qui il quotidiano: criminali “comuni” non signori delle tenebre) ma anche l’idea dell’eroe moderno; perchè Super è anche questo, è una piacevole presa in giro dei comics più famosi a partire proprio dal personaggio: così fuori schema che sembrerebbe uscito da un manicomio. Piacevole quindi anche la sottile ironia di fondo che viene espressa in modo inequivocabile dai costumi molto kitsch, dall’aiutante logorroico Saettina e dalle parole onomatopee che fanno da cornice ai combattimenti del duo più strampalato tra le coppie dei supereroi.

Scritto tutte queste belle parole c’è da segnalare a mio avviso un fattore disturbante e poco consono alla trama del film e cioè quello di una brusca virata verso una violenza accentuata, specialmente nelle sequenze finali del film. Certo si sta parlando di un film che non ha grandi argomentazioni da esporre ed è pur vero che un eroe diventa tale soprattutto nel combattimento, ma se il regista mette in bocca al protagonista frasi su che potere abbia la violenza e che cosa voglia dire adottarla come strumento vuol dire che un messaggio in fondo ci può stare. Tuttavia l’iperviolenza delle ultime scene fanno si (per lo meno al sottoscritto) di essere d’accordo più sulle parole dell’antagonista: “Davvero credi che uccidendomi riusciresti a cambiare il mondo?“. In fin dei conti la violenza è la strada più facile per riscattarsi ma non per questo la più giusta. Sempre fumettisticamente parlando, certo.

Una spia non basta

E’ interessante osservare un regista come McG lavorare su un genere diverso dal suo canone. Autore di grandi blockbuster d’azione come Charlie’s Angels o il più recente Terminator Salvation in questo suo ultimo film si cimenta nella commedia sentimentale, basandosi però non sulle caratteristiche fondamentali dei cosiddetti chick flick strabordanti   di tenerezza e miele a cucchiaiate, piuttosto tentando di combinare in un giusto mix divertimento e un genere molto lontano dai sentimenti come è quello della spy story. Pur tuttavia non rinunciando al gusto per l’azione che in questo film è solo un appoggio alla trama e diventa sul finale un elemento cruciale per concludere l’impasse che si era creata tra i tre protagonisti, il regista McG riesce nell’intento di creare una storia atipica per il suo mix bizzarro e coraggioso ma soprattutto per le battute divertenti, per i dialoghi ficcanti e allusivi ma mai volgari. Grazie all’aiuto di un casting di tutto rispetto (Reese Whiterspoon tra tutti, stranamente a suo agio in un ruolo che le permette di toglierle quell’aria da cheerleader) il film è un concentrato di intrattenimento assicurato non solo alle portatrici di estrogeni ma anche ad un pubblico più ampio. Di fronte ad un divertimento senza impegno,come lo è questo film, lo spettatore può star tranquillo, rilassarsi e disseppellire da chili di popcorn la tanto citata sospensione dell’incredulità. Alla faccia della verosimiglianza.

The Rum Diary

Il filo conduttore che lega i romanzi di Thompson è l’eccesso; la volontà di andare oltre il limite sfocia nella più sfrenata corsa verso un qualcosa che non si riesce a cogliere forse proprio perchè non esiste o non è reale. In The Rum Diary infatti il nucleo narrativo sembra essere supportato dalla contraddizione degli anni ’60 caratterizzati dal Sogno Americano ma anche dal suo marciume che si celava dietro la sua facciata pat$inata. Il protagonista viene trascinato in un mondo speculativo che passa sopra ogni diritto civile e legge per arricchire ancor di più il suo portafoglio già carico di soldi sporchi. Con le parole della sua macchina da scrivere Raoul Drake, ops scusate Paul Kemp, tenterà di denunciare la speculazione edilizia sull’isola di Porto Rico non prima però di aver strizzato l’occhio e di essersi divertito a spese dei ricchi. Perchè il bivio che lascia insoddisfatti sta proprio qui: denunciare i potenti o continuare a divertirsi? Il regista non sceglie e mescola le carte tentando di omogenizzare l’intrattenimento con il cinema di denuncia, il film però risulta pasticciato ed il protagonista ne esce con la faccia del mascalzone (buono?) che l’ha fatta franca; morale: un lavoro di psicologia sul personaggio molto spiccia.

Per certi versi Porto Rico può assomigliare molto alla Las Vegas di Paura e delirio; poche differenze negli elementi che compongono il vizio: la droga lascia il posto all’alcool, rimangono le corse in auto anche se c’è più interesse nei modelli e la figura della donna come punto di svolta nella narrazione risulta più importante delle ragazze incontrate nei casinò. The Rum Diary, sebbene non convinca pienamente, è un film che funziona di più sotto molti punti di vista; nella trama, nello svolgimento, nella ricerca dei particolari e del gusto vintage; bisogna ringraziare il casting pieno di nomi convincenti: Johnny Depp, AAron Eckhart, la bellissima Amber Heard e l’eterna seconda spalla Giovanni Ribisi che con il suo ruolo grottesco e “alcolico” riesce a spezzare la routine che il film avrebbe senza di lui. E’ un film per rifarsi gli occhi nel lusso sfrenato del purgatorio caraibico e continuare a sognare anche se il sogno non esiste più.

Paura e delirio a Las Vegas

Hunter Stockton Thompson, inventore del cosiddetto gonzo journalism, fu uno scrittore di successo degli anni ’70 famoso per il suo stile che mescolava avvenimenti personali con esperienze di droga. Il film di Gilliam si ispira al romanzo omonimo e tenta di tracciarne gli aspetti più allucinogeni e folli della sua avventura nella città del peccato. Interpretato da Johnny Depp, Thompson con il suo avvocato Oscar Zeta Acosta (Benicio del Toro) daranno vita ad una gita pazza tra camere d’albergo, casinò, corse di moto ed ovviamente sostanze stupefacenti di ogni tipo; tuttavia visti i primi 5 minuti il film è già finito perchè le situazioni, le gag si ripetono in continuazione dando l’impressione che i protagonisti siano chiusi nelle loro menti bruciate e che non riescano a fare altro che sballottarsi un po’ di qua e un po’ di là, dire cose senza senso e guidare a manetta senza un vero motivo. Il film infastidisce perchè non ha un punto dove andare a parare; non si capisce se sia un film che voglia divertire per le situazioni arricchite dalla droga, o se sia un film con intento morale (poco probabile), o ancora se sia un semplice espediente per dire che la droga fa far cose divertenti ma fa molto,molto male: e quindi? Complice una trama senza capo nè coda ed una struttura non lineare con continui flashback (inutili) il film non decolla e anche la buona volontà di Depp non riesce a dare pepe alla storia. Paura e delirio a Las Vegas è un film piatto, noioso anche nelle allucinazioni dei personaggi; è riducibile ad un’ enciclopedia delle droghe e dei suoi effetti e il tutto viene anche mascherato come la decadenza del sogno americano: superficiale.

Rango

Dopo le avventure piratesche della Disney Gore Verbinski affronta il suo primo film d’animazione con la produzione di Nickelodeon Movies, Blind Wink e GK Films. L’idea di partenza è quella di mettere al centro della narrazione un eroe improbabile che agisca in un luogo per lo meno particolare perchè abitato da animali non certo familiari e domestici alle famiglie, ci sono ratti, serpenti, topi, armadilli, tartarughe giganti per finire con il più particolare tra tutti e cioè con il protagonista del film: Rango, un camaleonte bizzarro che ama i musical, sfacciato ed anche un po’ mitomane, caratteristica che lo farà diventare per sua fortuna un eroe agli occhi e alle orecchie degli abitanti di Polvere, la città persa nel West. Il film di Verbinski riesce a vincere la sfida di far divertire proprio perchè il tutto è reso irrestibile dalla presenza del camaleonte pistolero con le sue movenze strane, il suo aspetto e la sua travolgente simpatia (aiutato anche da un grande doppiaggio). Rango è un film che parla di identità e voglia di esprimersi, di coraggio e di forza di volontà; e lo fa con un genere ormai defunto al cinema e cioè con quello del western disseminando qua e là citazioni di Sergio Leone, riferimenti ad altri film di avventura e offrendo allo spettatore uno spettacolare “cameo” di Clint Eastwood. Il film non ha le stesse armi per commuovere come accade invece per i personaggi pixariani ma non ha assolutamente questa pretesa; Rango, oltre a trasmettere i temi già sopracitati, vuole intrattenere come un normale film d’animazione e colpisce in pieno con la sua azione, con le sue battute e con il suo cameleonte straripante. Oscar miglior film d’animazione meritato.

Restless

Le storie d’amore non sono esempi di originalità; forse perchè nell’uomo è insito sin dalla nascita l’istinto al dramma, alla tragedia come elemento catartico che lo faccia riflettere sulla sua vita personale e privata. D’altronde gli intrecci amorosi sullo schermo verrebbero tacciati di inutilità se nel corso del film si rappresentasse solo ed esclusivamente un’idilliaca coppia che non ha problemi da superare nè ostacoli insormontabili. Restless non è da meno: due ragazzi adolescenti si conoscono, si piacciono però c’è il ma tipico del genere sentimentale, la ragazza è affetta da un cancro incurabile. Il rischio dunque che correrebbe un film a questo punto è quello di cadere nell’ovvietà più malsana mettendo in scena luoghi comuni sulla malattia, frasi melense e ripetizioni a macchinetta di “ti amo” che svuoterebbero il suo potente significato. Tuttavia l’esperienza e la genialità di Gus Van Sant fanno si che il suo film respiri a pieni polmoni e non rimanga nell’anonimato della banalità, perchè la malattia viene lasciata in sottofondo per lasciar spazio alla dolcezza ma anche al dolore dei due ragazzi che insieme troveranno la forza di interrogarsi su che cosa sia la morte; il tutto viene incorniciato da trovate divertenti e particolari come il fantasma del kamikaze giapponese che sarà la guida del protagonista, le imbucate ai funerali, le prove generali del funerale di Annabel (interpretata da un’ottima Mia Wasikowska). Restless è un film particolare perchè basa una storia d’amore destinata comunque a finire male sul concetto di morte e sul superamento del dolore; è un film che parla al cuore e lì lascia il segno con il suo tocco lieve.

Velluto Blu

Il film ha due inizi: il primo si apre con la morte di un uomo che annaffia le piante; non sappiamo quale sia la causa, si accascia per terra stramazzando sotto lo sguardo innocente di un bambino; la macchina da presa accompagna la caduta dell’uomo immergendosi nel tenero prato e scorgendo il brulicare famelico di scarafaggi. L’entrata in scena dell’oscurità in una soleggiata giornata d’estate è potente ma quasi in punta di piedi come se volesse annidarsi nelle abitudini quotidiane piuttosto che presentarsi con tutta la sua terribile potenza. Il secondo inizio ha luogo quando sempre la macchina da presa entra in un orecchio ritrovato in un campo dal protagonista. Da qui comincia il vero delirio: ci sono misteri, una ragazza bionda, un’altra mora, ci sono psicopatici, poliziotti corrotti, rapimenti e inganni. David Lynch tende la mano allo spettatore e lo conduce in un posto da incubo popolato da persone illogiche che sembrano appartenere ad un altro mondo, le immagini si susseguono passando da una malferma logica alla più sfrenata deviazione onirica; il regista chiede di perderci e noi lo seguiamo coinvolgendo i sensi. Ecco cos’è Velluto Blu, è un’ esperienza sensoriale: veniamo accompagnati dalla ripetizione incessante della canzone Blue Velvet, accarezziamo la pelle di Isabella Rossellini ma soprattutto vogliamo vedere anche quando qualcosa lo impedisce; il nostro vizio voyeuristico ha la meglio anche in un mondo impossibile, siamo affascinati e disgustati allo stesso tempo. Le orecchie che vengono mostrate sono l’entrata e l’uscita di un tunnel oscuro nel quale entriamo di nostra spontanea volontà, proprio come il protagonista; perchè dentro ognuno di noi si annidano un pettirosso e uno scarafaggio, entità non in lotta tra loro ma due facce della stessa medaglia.

Source Code

Vivere in un altro corpo sarebbe moralmente accettabile: è la domanda che mi sono posto al termine del film. Aggrapparsi alla vita di un altro pur di restare in questo mondo e quindi battere sul tempo la morte; è fin troppo facile dire di essere d’accordo o meno su quel che succede nei minuti finali del film perchè con tutta probabilità nessuno nella sua personale vita sarà nelle condizioni di Colter Stevens. Ma mi rendo conto che questo non ha niente a che fare con Source Code; perchè non è un film fantascientifico con risvolti filosofici e riflessivi sulla vita e sulla morte, è semplicemente un film che vuol fare divertire e ci riesce in pieno. Sin dalle battute iniziali lo spettatore ha gli ingredienti svelati e messi in bella mostra: un eroe, salti temporali, azione, esplosioni, ubiquità, ma il piatto forte del film non sono i colpi di scena perchè chi ha un minimo di dimestichezza con la fantascienza sa benissimo, da subito, cosa accade e anche come; bensì nell’osservare come i vari elementi che il regista ci offre si incastrino perfettamente nel creare un buon prodotto munito di una sua logica interna ineccepibile. Se si vuole impegnare la mente bisogna cercare altrove ma il divertimento è una componente fondamentale anche del cinema, Source Code tiene conto di questo e non tradisce lo spettatore.